Udine 28-30 novembre 2018

Resoconto del convegno

 

Forme e rappresentazioni del “non conscio” prima e dopo Freud. Ideologie scientifiche e rappresentazioni letterarie (1840-1940)

Resoconto del convegno

(Claudia Murru, dottoressa di ricerca in Studi Linguistici e Letterari, Università di Udine – Université de Tours)

 

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L’Università di Udine ha ospitato dal 28 al 30 novembre il convegno internazionale Forme e rappresentazioni del “non conscio” prima e dopo Freud. Ideologie scientifiche e rappresentazioni letterarie (1840-1940). Il convegno segna la prima tappa di un percorso avviato da un gruppo di ricerca italo-franco-tedesco – composto da Silvia Contarini (Università di Udine), François Bouchard (Université de Tours) e Rudolf  Beherens (Ruhr-Universität Bochum), – dedicato alla indagine dei paradigmi psicologici fra Otto e Novecento, e in particolare alla loro ricezione da parte della letteratura italiana. Silvia Contarini, promotrice e organizzatrice dell’evento, ha aperto i lavori della prima giornata ricordando la necessità di rimediare al ritardo degli studi italiani nell’analisi del rapporto tra la letteratura e i paradigmi psicologici nell’età del Modernismo, indipendenti o complementari a Freud. Importanti studi sul tema in Francia e Germania hanno aperto infatti, già a partire dagli anni novanta del Novecento, un filone di ricerca interessato agli esiti di questa interazione non solo dal punto di vista della circolazione di modelli teorici, ma anche sul profilo tematico e retorico-linguistico. All’interno di questa vasta area di intersezione che include discipline e saperi diversi, la denominazione di ‘non conscio’ mira a delineare il perimetro specifico della ricerca, che intende distinguere e valorizzare quei paradigmi psicologici di lunga durata – indipendenti, alternativi o complementari alla psicanalisi –, che sono stati messi inevitabilmente in ombra dalla rivoluzione freudiana.

L’intervento di Jaqueline Carroy (Centre Alexandre Koyré, EHESS) dal titolo 1 Vendra Clarks Parere Des Rêves sans inconscient au XIX siècle ? ha inaugurato la serie pomeridiana di relazioni proponendo un percorso all’interno degli studi sul sogno nel XIX° secolo. Il tema, già oggetto del saggio del 2012 Nuits Savantes. Une histoire des rêves (1800-1945) (éditions de l’ÉHÉSS, Parigi), è stato affrontato prestando attenzione a quegli osservatori (medici, filosofi o semplici amatori) che nel corso dell’Ottocento tentarono di individuare nel sogno una componente cosciente. Dopo aver ricordato i casi significativi di Pierre Prévost, considerato pioniere nell’annotazione e nell’analisi dei sogni, e Moreau de la Sarthe, che tenta una prima semiologia del sogno, Carroy si è soffermata sulla tradizione spiritualista francese facente capo a Victor Cousin, a cui si affianca, sebbene in polemica con quest’ultimo, l’archeologo, filosofo e psicologo Antoine Charma. Dalle conclusioni significative di una impresa come i Nocturnal, esito di un imponente lavoro di trascrizione dei sogni, si passa al sogno diretto-direzionato del sinologo Léon d’Hervey de Saint Denis, teorizzato nel saggio del 1867 Les reves et les moyens de les diriger; observations pratiques, per arrivare infine al sogno lucido del medico olandese Van Eeden. Carroy mette in luce la durata di queste esperienze teoriche tracciando una linea antifreudiana che giunge fino a Bréton.

La relazione successiva di Rudolf Beherens (Ruhr-Universität Bochum), dal titolo Répétition, imitation, suggestion. L’inconscient de la foule des processions et la production du miracle (Zola, D’Annunzio, Huysmans) ha affrontato il problema della rappresentazione della folla religiosa in letteratura prendendo a riferimento il romanzo di Zola Lourdes (1894) e i suoi echi successivi ne Il trionfo della morte di D’Annunzio e ne Les foules di Huysmans, per osservarli infine alla luce degli studi dell’epoca intorno alla psicologia delle masse. Attraverso la posizione instabile di Pierre Froment, osservatore e al contempo membro interno al meccanismo della folla religiosa, Zola si interroga sull’origine della volontà che sembra manifestarsi nella massa dei pellegrini e che produce, al di là di ogni razionalità, il miracolo delle guarigioni. Dal punto di vista delle fonti mediche, si tende ad attribuire un ruolo di preminenza all’articolo molto noto di Charcot del 1892, La foi qui gueri, dove il fenomeno delle guarigioni è spiegato tramite l’attribuzione al pellegrino di una disposizione isterica, e dove in forma inedita l’autore si serve di un termine chiave della scuola avversaria di Nancy, quello della ‘suggestione’. Beherens suggerisce però di considerare come ben più significative le teorie sulla massa di Gabriel Tarde, insieme alle ricerche sulla suggestione della scuola di Nancy e all’antropologia criminale della scuola di Lione. Tarde e Richet avevano già tentato di spiegare la massa tramite gli effetti di una compressione psichica e corporea, in grado di farne un organismo quasi autonomo che supera la singola coscienza degli individui: Tarde in particolare giungeva a vedere nella folla un caso attinente al meccanismo di formazione delle società in generale, caratterizzato dalla triade imitation-répétition-suggestion; meccanismo che si riflette, come mostra Beherens, nella struttura ripetitiva e seriale del romanzo. Beherens ha mostrato infine come, pur conservando lo schema narrativo zoliano della messa in scena del pellegrinaggio, ne Il trionfo della morte d By Onside l Palladium m Ibx Pdi D’Annunzio e ne Les foules de Lourdes di Huysmans, sebbene da opposte prospettive e con esiti diversi, la folla religiosa perda il fascino di massa mal diretta che aveva in Zola.

L’ultimo intervento della prima giornata è stato quello di Giorgio Forni (Università di Messina), che ha propostouna relazione dal titolo Capuana, Richet e la suggestione. Forni ha mostrato come all’idea acquisita che i personaggi di Capuana debbano i loro tratti costitutivi agli studi medici e psichiatrici del secondo Ottocento non sia finora corrisposto uno studio puntuale e distintivo di questo rapporto. A partire da questo presupposto, generatore talvolta di qualche fraintendimento, Forni ha tracciato dunque una cronologia delle concettualizzazioni del non cosciente e dell’incosciente nella narrativa di Capuana: dall’esperienza giovanile di magnetizzazione di Bettina Forni, alle letture di Taine, Ribot, Richet. Attraverso la lettura di Richet in particolare, Capuana teorizza la preminenza della creazione artistica nell’indagine delle profondità dell’incosciente: solo l’arte, a furia di immaginazione, può riuscire a rappresentare il vivo processo dei fatti interiori. Forni ha chiarito come la ricostruzione immaginativa del fatto, la raffigurazione viva del personaggio siano per Capuana elementi essenziali per l’esplorazione dell’incosciente, al punto che a suo avviso lo scienziato stesso deve essere considerato poeta e romanziere, poiché come costoro deve riuscire a ricavare dalla natura il vivo processo dei fatti. Attraverso una analisi dei testi e di alcuni riferimenti fondamentali (spicca tra tutti Achille De Giovanni), Forni mostra come in Capuana non vi sia un semplice riuso di ideologie scientifiche, quanto piuttosto la sfida a fare della narrativa un campo intermedio, un crocevia di saperi diversi, che interseca la scienza, l’arte, la filosofia, la medicina, la psicologia, i fenomeni spiritici e le congetture sul possibile e sull’ignoto.

 

La giornata del 29 novembre si è aperta con l’intervento di Valentino Baldi (Università per Stranieri di Siena). Baldi ha affrontato il tema che dà il titolo al suo intervento, Superstizione e non conscio nella narrativa di Gadda, attraverso due episodi tratti dai principali romanzi di Gadda: la descrizione della vedova Menegazzi in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e la notte dei due cugini guardiani nel nono tratto de La cognizione del dolore. La paura della violazione della vedova Menegazzi, il passaggio cioè dalla suggestione alla superstizione avverata, è stato analizzato alla luce del parallelo che Matte Blanco istituisce con il perturbante freudiano: in un contesto arcaico, primitivo, infantile la convinzione di influenzare la realtà attraverso fantasie o desideri è un fatto comune, che nelle società più evolute può permanere nelle forme indicate da Freud nell’idea di perturbante come ‘ritorno del superato’, le forme cioè del destino, della superstizione o della religiosità. Il discorso sulle immagini e le figurazioni ossedenti capaci di intervenire sulla realtà rappresentata torna anche nel sentimento di paura e superstizione che accompagna i due cugini guardiani ne1 Vendra Clarks Parere La cognizione del dolore, così come in una serie di elementi reperibili nel frammento inedito La casa solitaria. Senza mai dimenticare il fatto fondamentale che in Gadda la cultura psicologica si contamina con la filosofia, la matematica e la fisica, come d’altra parte mostra un testo ricco di referenze psicologiche oltre che filosofiche come La meditazione milanese, gli studi psicologici, non solo Freud e Matte Blanco ma anche Dwelshauvers, Dugas e Ribot, sono fondamentali per comprendere il legame che Gadda istituisce tra il fenomeno psicologico e il fenomeno materiale.

L’intervento di Bertrand Marquer (Université de Strasbourg) Comique primitif et inconscient cérébral (1878-1918) si inserisce nel filone di studi che fa capo a Rae Beth Gordon e punta lo sguardo sul legame tra comico primitivo e incosciente celebrale, allo scopo di mettere l’accento sulla maniera in cui il corpo ha fornito al non-cosciente un linguaggio e ha dato origine a una estetica particolare. Il paradigma di riferimento è quello dell’involontario, del meccanismo, dell’automatismo, piuttosto che l’incosciente psichico freudiano, e il suo rapporto con il comico è di tutt’altra natura rispetto all’idea esposta da Freud ne Le mot d’esprit et sa relation à l’inconscient, in quanto al centro vi è il trionfo del gesto nella belleGrace Vagabond Shoemakers 150 4228 époque. Nello specifico, il comico primitivo rinvia all’espressione usata nel cinema muto dalla scuola comica francese che ha poi ispirato il burlesque americano. Si tratta dunque di osservare i codici del comico primitivo, espressione di un incosciente corporale, e di interrogarsi sulle ragioni di questo tranfert dal patologico all’estetico, dallo ‘stile epilettico’ del café-concert, fino al manifesto Dada, passando per il cinema. Marquer ha ripercorso infine le teorie contemporanee sul riso per mostrare come ‘l’incosciente corporale’ diventi, a cavallo tra il XIX° e il XX° secolo, un linguaggio estetico a tutti gli effetti.

La relazione di Mario Sechi (Università di Bari) Amore e morte. Il suicidio di Alfonso Nitti tra etica e psicologia ha dal canto suo proposto una analisi dei quattro capitoli finali di Una vita. È Svevo stesso a dichiarare nel profilo autobiografico la diretta derivazione del personaggio di Alfonso Nitti dalla problematica etico-filosofica della negazione della volontà di vita di Shopenauer, ma un supplemento di indagine è forse necessario. Lo studio pionieristico di Luca Curti ha avuto il merito di evidenziare alle spalle della personalità di Alfonso una serie di riferimenti puntuali al filosofo. Resta tuttavia da decifrare il finale di Una vitaBotania Pintodiblu Pintodiblu Botania, che si pone in contrasto con il pensiero del filosofo tedesco. Sechi suggerisce dunque una serie di riferimenti possibili dell’episodio del suicidio di Alfonso, primo fra tutti il saggio di Enrico Morelli, Il suicidio; in questo studio su base statistica del fenomeno dei suicidi, Morelli si poneva l’accento sul carattere sociale del suicidio, in diretto rapporto con l’evolvere della civiltà, e ne marcava la distanza dalla pazzia pur condividendo con essa il passaggio attraverso l’esperienza delirante. Su queste basi Sechi ha richiamato l’esigenza di una più ampia riflessione sul tema, che include anche il Trattato sul suicidio di Émile Durkheim, letto da Svevo dopo la stesura del romanzo.

L’intervento di Dagmar Stöferle (Universität Tübingen), dal titolo Die Novellistik des 19. und 20. Jahrhunderts als Laboratorium des Nicht Bewussten (La novellistica del XIX° e XX° secolo come laboratorio del non cosciente), si è concentrato sull’opera narrativa di Giovanni Verga e di Luigi Pirandello. Applicando l’idea di André Jolles per la quale la novella è una forma letteraria che deriva dal caso giuridico, che si rifà dunque una idea di mondo rappresentabile per norme, Stöferle legge le novelle verghiane alla luce di un rapporto di concorrenza della scrittura narrativa con la narrazione giudiziaria. Se Verga, suggerisce Stöferle , rinuncia alla rappresentazione degli affetti, e quindi alla focalizzazione interna, per ambire a una descrizione oggettiva, come viene mostrato nell’analisi de L’amante di Gramigna, Pirandello pur non rinunciando all’io narrante, rivela un relativismo giuridico che si pone in concorrenza con la narrazione giudiziaria per mezzo di una moltiplicazione e una pluralizzazione delle norme che fa leva su meccanismi di tipo inconscio. Su di un piano cronologico contiguo, l’intervento di Natalia Vacante (Università di Bari) Una psicopatologia dell’espressione. Donato del Piano di Federico de Roberto, ha proposto invece una ricognizione dell’opera narrativa di De Roberto. Vacante si è soffermata in particolare sulla prefazione alla silloge Documenti umani, di cui la novella è parte, e i suoi legami con la Préface a Pierre et Jean dove Maupassant teorizzava una sua idea di realismo, per mostrare come in Donato del piano si trovino attualizzate tali riflessioni teoriche. Infine è stata rilevata una corrispondenza tra l’io inconoscibile e inafferrabile di De Roberto e un saggio del 1881 dello psicologo francese Victor Egger, La parole intérieure : essai de psychologie descriptive.

Patrizia Farinelli (Univerza v Ljubljani) nel suo intervento Lo slabbrarsi dell’io nelle prose brevi di Federigo Tozzi8 Officer Sarenza Made Shoe By ha percorso le prose brevi di Tozzi con uno sguardo particolare al rapporto con le teorie psicologiche dell’epoca. La studiosa ha rilevato il cambio di passo tra le prime prose, scritte intorno al 1907, e le prose dell’ultima fase della produzione tozziana, uscite intorno al 1917, nelle quali questa influenza si fa più elaborata e puntuale. Si è visto dunque come nei testi emergano alcuni motivi ricorrenti che, sebbene in forme diverse, ruotano tutti intorno a una tematica centrale, individuabile sin da Barche capovolte. Si tratta dell’impatto con dinamiche psichiche inafferrabili, declinate in alcuni motivi principali: il cambio repentino dello stato d’animo o la compresenza di stati d’animo contrastanti; l’esposizione a stati d’animo indefinibili e non circoscrivibili; il sovrapporsi di ricordi vicini e lontani, e soprattutto mutevoli; l’immaginazione implicita nel ricordo. Se è senz’altro riduttivo leggere Tozzi in base alle sue letture psicologiche, è tuttavia interessante osservare come esse contribuirono a fecondarne la scrittura e la poetica; il riferimento va in particolare ai Principi di Psicologia e ancor prima a Gli ideali della vita di James, un autore che funziona non solo dal punto di vista teorico ma anche come tramite per arrivare ad altri studi, in particolare alla psicologia francese di Ribot, Janet, Binet.   

Cristina Terrile (Université de Tours) ha aperto il suo intervento «La perfida bestia, si capisce, è la coscienza, colla sua brigata». Tommaso Landolfi nelle regioni dell’indicibile evidenziando come l’opera di Landolfi, pullulante di pulsioni, fobie, personalità multiple e deliranti, attragga irresistibilmente la critica sul terreno dell’analisi psicanalitica. Dato per acquisito che Landolfi possedeva una profonda conoscenza di Freud, Terrile ha rilevato come gli strumenti della psicanalisi sembrino nondimeno inadeguati a cogliere un’arte fondata su un rifiuto programmatico di ogni eziologia o interpretazione scientifica generalizzante che limiti l’orizzonte del possibile. La teoria psicanalitica e la poetica di Landolfi concordano senz’altro su alcune premesse, come l’ipotesi di una realtà nascosta che contiene accanto all’ordinario lo straordinario, l’enigma, l’impensabile e l’indicibile, ma divergono nettamente sulle conseguenze dichiarate e sul metodo. Nell’infinità delle fonti landolfiane, che vanno dal positivismo all’irrazionalismo al misticismo ottocentesco o proto-novecentesco, Terrile ripercorre dunque le letture positivistiche dalle popolari edizioni Bocca (Lombroso, Weininger, Morselli, Bianchi, Tunzelmann, Kraepelin, Mackenzie) per poi centrare il discorso su una fonte che sembra più prossima alla poetica landolfiana (e già intuita da Cesare Pavese): l’antropologia di Lévy-Bruhl. Terrile mostra dunque come nei testi il concetto di primitivo pre-logico dell’antropologo francese incroci infine la psicanalisi, non tanto come costruzione teorica ma quanto pratica della regressione, e contribuisca infine alla costruzione della lingua landolfiana.

 

L’ultima giornata del convegno è stata inaugurata dall’intervento di Barbara Chitussi (Università di Modena e Reggio Emilia): Moi Mien. Pierre Janet e il problema dell’avere. La relazione verteva appunto sulla nozione di ‘funzione dell’avere’ che Janet sviluppa nella fase più tarda della sua produzione e in particolare nel secondo volume de De l’angoisse à l’exstase (1928) e nel corso L’évolution psychologique de la personalité (1828-1829). Chitussi ha ripercorso l’analisi di Janet, che dalla nozione di anima in Platone e in Aristotele attraversa il cogito cartesiano e il paradosso humiano, per giungere alla complessa definizione di senso interno da Malebranche a Maine de Biran. Il problema della proprietà e del suo ruolo nella costruzione del moi, compare nell’opera più matura, nella forma non compiuta di una ‘filosofia dell’avere’, di una più ampia coincidenza tra moi e mien nella quale il moi è fatto precedere dal mien. Chitussi ha notato come in questa fase il nome di James scompaia a favore di quello di un filosofo italiano pressoché sconosciuto, Ettore Galli, che nel 1919 aveva dato alle stampe un’opera singolare dal titolo Il dominio dell’io. Chitussi ha tentato di mettere a fuoco le ragioni per cui il nome di James venga sostituito dal nome di Galli, per poi giungere al punto più alto della teoria di Janet, il legame cioè tra la ‘funzione dell’avere’ e la ‘funzione del reale’.

La relazione di François Bouchard (Université François Rabelais de Tours), Tra mito e psiche: l’esplorazione di nuovi spazi romanzeschi nell’Italia del Ventennio fascista si è concentrata sulla figura del demone nell’opera di Dino Terra, a partire dal romanzo sperimentale Ioni. Qualche tempo di due umani e un demone (1929), per poi giungere a Profonda notte (1932) e infine al romanzo del 1938 Fuori tempo. Bouchard ha mostrato come nei primi due esperimenti narrativi la figura del demone mira a portare in superficie gli strati reconditi della psiche e a dargli una intelligibilità dentro la scrittura narrativa, mentre nel romanzo del ‘38 la scrittura tende a smarcarsi da questa scelta strutturale per reintrodurre la figura del maligno secondo procedure collaudate dalla tradizione culturale e letteraria ottocentesca. A ben vedere, il mondo di Fuori Tempo sembra realizzare, per la molteplicità delle dimensioni che vi si accavallano, il sistema cognitivo specifico alla cosiddetta mentalità primitiva, così come l’ha descritta Levy Bruhl  ne La mentalité primitive.

Ha chiuso il convegno la relazione quadro di Sandra Janssen (KIT – Karlsruher Institut für Technologie) : Totalité, perméabilité, réversibilité: jalons pour un paradigme psychologique des années 1930-1940. Janssen ha osservato come tra gli anni ‘30 e ‘40 del ventesimo secolo si possa individuare, al di là delle differenti scuole psicologiche del tempo, un nuovo paradigma del soggetto condizionato. Janssen ha ripercorso dunque tale spostamento di prospettiva fra interno e esterno attraverso le teorie psicologiche dell’epoca, evidenziando in particolare il ruolo esemplare che in questo passaggio ebbero le ricerche sul paranoico.

In attesa del prossimo appuntamento della rete di ricerca, l’intenzione degli organizzatori è ora quella di pubblicare in volume gli interventi delle giornate udinesi.


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